Lo Yoga e la possibile mortalità della morte

Vita e morte nella cultura occidentale

La cultura occidentale ha consolidato la tendenza a considerare come reale solo ciò che si vede e si tocca concretamente, e questo sia in relazione al mondo esterno che a quello interno, entrambi concepiti come fatti di cose “ estese” (così Cartesio definiva la materia, “ res extensa”),  e di meccanismi che le fanno funzionare..

L’accento sul visibile e il verificabile ha  portato la ricerca filosofica e scientifica a focalizzarsi sui fenomeni oggettivi e riproducibili che hanno permesso lo sviluppo della scienza e della tecnologia. Ciò che orgogliosamente chiamiamo “ progresso tecnologico” ha indubbiamente consentito una condizione di vita relativamente agiata a una fetta della popolazione del nostro mondo, ma ha anche contribuito a creare un dualismo doloroso tra anima e corpo, tra scienza e religione, spostando il valore delle persone dal ciò che si è a ciò che si può mostrare e si possiede e relegando la felicità nella breve e fugace soddisfazione di desideri sempre nuovi.

Anche la religione cattolica, con la sua implicita negazione del valore del corpo, non ha fatto che accentuare il disagio di questa frattura tra dentro e fuori, tra spirito e materia, e pur facendosi portatrice di valori di tolleranza e carità, ha relegato la realizzazione di una gioia durevole in una vita ultraterrena, enfatizzando soprattutto dolore e sacrificio come vie di acquisizione spirituale.

Ecco perché l’occidente ha creato nelle persone un pessimo rapporto con la morte che spesso rende difficile anche il mettersi in una buona relazione con la vita.

Per chi tende a vedere la vita solo come esistenza materiale, e viene continuamente spinto a identificarsi con il corpo credendo che la gioia sia nell’appagamento dei suoi bisogni, l’incontro con la morte non può essere che doloroso e, talvolta, devastante.

Non sempre però è così, a volte si ha la fortuna di trovare dentro di sé la forza di comprendere che questo incontro è la soglia che ciascuno è chiamato ad attraversare per incontrare una vita più vera e un più vero senso di senso di sé.

La “sorella morte” di Francesco diventa allora non la falce che si teme, ma il passaggio a una diversa condizione di vita, il modo per staccarsi da ciò che non riesce più a seguire l’evolversi della coscienza, da ciò che è fisso e vecchio e non riesce più a cambiare .

Chi, invece, non riesce ad aprirsi a questa possibilità, quando viene a contatto con il morire, inizia a correre, a correre internamente,  a correre via dalla paura della fine,  determinando un rapporto per forza perdente, perché l’ombra segue sempre da vicino chi scappa.

Oppure l’incontro con il morire non genera paura ma tristezza, mette a contatto con quella “lacrima presente all’interno delle cose” come la definiva il poeta Virgilio parlando della condizione umana, e spegne l’essere cambiando il suo rapporto con tutto quello che prima sembrava desiderabile che perde improvvisamente di senso.

Buona parte delle fobie, dei problemi o esaurimenti nervosi, delle depressioni e delle perdite di energia è il modo di reagire all’incontro dell’occidentale con la morte.

Il vero problema è che non c’è alcuna preparazione a questo incontro, anzi la nostra cultura imperante ignora la triste necessità della fine, e alimenta avidità e compensazioni illusorie nell’illusione di poter riempire un vuoto dell’anima con solidi oggetti per il corpo e rapaci ambizioni per la mente.

La psicologia ha ampiamente rilevato che il non voler vedere coscientemente qualche aspetto di sé o della vita trasferisce pericolosamente la sua presenza nell’inconscio e può compromettere l’equilibrio della persona o per lo meno portarla a utilizzare buona parte delle sue energie psichiche al solo scopo di evitare il contatto con quell’area dolorosa e difficile. Se so che in questa stanza c’è un oggetto vicino alla parete posso camminare in modo da non finirci contro, ma se fingo che la parete sia vuota perché non voglio prendere in considerazione l’oggetto, ogni mio movimento sarà permeato dalla paura di inciampare su qualcosa di non ben definito, collocato non si sa bene dove.  L’ansia e l’incertezza crescono se continuiamo in tale gioco, insieme a quel senso di ottundimento che spesso si mette in atto per anestetizzare la nostra sensibilità.

E poi il sogno dorato di una vita di giovinezza, bellezza e ricchezza, che sembra possibile solo per gli altri, aumenta il senso di frustrazione attraverso cui osserviamo la nostra esistenza, mentre veniamo quotidianamente esposti dall’informazione pubblica alla lunga serie di atrocità e morti che oggi più che mai sembra occupare uno spazio inquietante nel mondo che ci circonda.

Aver tolto senso, dignità e moralità alla morte ha finito per toglierla anche alla vita.

In questo panorama si è venuta così manifestando una nuova ricerca che vede nella saggezza dell’oriente lo spunto a considerare la vita e la morte in modo nuovo.

Si è compreso cioè che l’unica guarigione possibile al dolore del morire e quindi del vivere, è il trovare una via spirituale che ci permetta di guardare la morte da un altro punto di vista, una prospettiva in cui essa venga percepita come una transizione, una trasformazione, un cambiamento di stato, non una minaccia e un’estinzione di sé, ma un’occasione per ritrovare il valore delle cose e un invito per cercare di scoprire qualcosa di più sulla nostra vera individualità.

Spesso è l’incontro con la visione dell’induismo o del buddhismo a dare queste opportunità o può essere un’esperienza di pre-morte o di uscita dal corpo a farci comprendere molto concretamente che siamo molto di più di ciò che la nostra mente pensa di essere.

Credo che questo sia stato il dono della new-age, che pur nella banalizzazione che ha comportato ci ha messo a contatto con concetti come quello della reincarnazione, del Karma, dell’evoluzione della coscienza, cooperando alla creazione a un nuovo modo di concepire sia noi stessi sia il nostro vivere e morire.

E ‘ vero che spesso questi concetti rimangono a livello superficiale, finendo per creare una sorta di gioco compensatorio desideroso più di conoscere quali sono state le nostre vite precedenti che allo sviluppo di vera saggezza, ma per lo meno creano un’apertura a qualcosa di nuovo nella coscienza collettiva e forse si stanno preparando le tappe per una riunificazione di oriente e occidente in una posizione che integri e superi entrambe le posizioni in una sintesi superiore.

Ruolo sempre più importante in questo sviluppo di una nuova mentalità sta acquisendo anche l’evoluzione della fisica quantistica e l’avvento di scienziati come  F.Capra (autore del libro “il Tao della Fisica”) o del biologo cellulare Bruce Lipton, (“La biologia delle credenze”) che si dedicano a divulgare le implicazioni filosofiche delle nuove scoperte della nuova scienza fisica, scoperte che ci mostrano un mondo in cui i fenomeni accadono dove tu ti aspetti che accadono, dove nessuno è più un osservatore distaccato degli esperimenti ma ne è sempre un “co-creatore”, in grado di influenzarne la direzione con la sola presenza, un mondo in cui le particelle di luce divise e separate da grande distanza, si comportano come se fossero ancora unite, un mondo diventato vibrazione, scambio, interrelazione, un mondo in cui si può affermare che non siamo vittime dei nostri geni o delle forze esterne ma siamo i creatori della realtà nel momento stesso in cui scegliamo come percepire un fatto o con quali pensieri ed emozioni alimentare nel nostro cuore.
E’ singolare che sia proprio la scienza che tanta forza ha dato in passato a concezioni dualistiche e meccanicistiche, a fornire nuovi modelli di pensiero e azione.

Purtroppo la concezione mentale dei più è ancora lenta a cambiare, si parla ancora di oggetti separati quando la realtà è un campo di vibrazioni e interconnessioni, si crede che quando il saggio taoista afferma che non si può staccare un filo d’erba senza turbare una stella stia offrendo un’immagine poetica, mentre in realtà descrive una realtà che è molto più vicino alla visione che la fisica quantistica ha del mondo di quello che i nostri occhi fisici e la nostra mente razionale riescono a concepire.

D’altra parte la nuova era che si sta preparando chiederà sempre di più di comporre ciò che appare separato e contrapposto in nuove sintesi illuminanti, ( personalmente ritengo essere questa “l’acqua di vita” che l’età dell’Aquario si sta preparando a versare nelle nostre coscienze).

Credo che alla fine di questo processo di cambiamento ci sarà anche “ la morte della morte “così come oggi viene considerata, e forse il cambiamento non riguarderà solo il recupero del senso dell’eternità della nostra coscienza, ma anche un nuovo rapporto con la vita materiale.
La vita fisica potrebbe cessare di essere in antagonismo alla vera spiritualità e diventare l’occasione per manifestare l’energia più alta e luminosa dell’essere anche in un corpo materiale che la esprima in modo più adeguato.

Vita e morte nella cultura orientale

L’importanza che l’occidente ha dato al modo materiale ed esteriore è stata rivolta dall’orientale al mondo interiore, sia psichico che spirituale ed energetico.

Uno scrittore occidentale ha definito “Entronauti” i pensatori orientali il cui interesse è tutto nell’esplorazione della profondità del proprio essere, e nell’acquisizione degli strumenti mentali, emozionali ed energetici che possano portare alla realizzazione della gioia perfetta e della coscienza chiara che rende liberi.

E’ soprattutto dalle Upanishad, (un insieme di scritti filosofici indiani che dall’ottocento a.C. arrivano fino al diciannovesimo secolo della nostra era), che si definiscono le concezioni fondamentali relative al vivere ed al morire, al io e al sé, al karma e alla liberazione, che diventeranno patrimonio della cultura indiana.

“Upa- ni- shad” significa “sedersi ai piedi di un maestro” e ascoltarne le parole di saggezza, una conoscenza ascoltata dunque, ricevuta nella quiete e nell’intimità di foreste e grotte, in cui il conflitto non trova terreno perché è il tacere di chi ascolta che ne rende possibile e perfetta la comprensione.

Le Upanishad più antiche sono tredici, ed esplorano gli elementi costitutivi dell’essere umano e il suo rapporto con il mondo che lo circonda e con lo Spirito che lo trascende e, contemporaneamente, lo sostiene dalla profondità.  Uno Spirito che è chiamato “Brahman” ed è visto come identico alla parte più profonda di sé, all’io vero, (“atman”), creando così una visione unitaria del mondo e di se stessi, in cui ogni elemento è visto come parte di un tutto in perenne relazione con la totalità. Anche i differenti livelli della coscienza sono visti come un flusso unitario di cui gli stati di veglia, sogno e sonno profondo sono i momenti, e così, pure la coscienza e l’inconscio, la vita e la morte sono parte di un ciclo perenne che può esse trasceso solo con l’esperienza della “ liberazione”.

L’Io superficiale o ego è, secondo le Upanishad, il principale impedimento alla coscienza del nostro vero essere.

Per spiegare questo concetto le Upanishad ricorrono alla metafora del mare e delle onde. Il nostro io è simile a un’onda che pensi di essere nient’altro che un’onda.
Tutti i suoi problemi nascono dal fatto che non sa di essere mare. Non sa che, qualunque sia la sua sorte, niente in realtà può minimamente toccarla. Ciò che l’onda può e deve fare per sfuggire all’ignoranza è semplicemente prendere coscienza di essere mare.

Renderci conto della nostra ignoranza che ci costringe a vedere come separato e definitivo e reale ciò che invece è solo transitorio e illusorio: questa è la via della liberazione.

Ogni individuo ha in sé tutto ciò che forma l’universo, proprio come ogni onda ha in sé tutto ciò che forma il mare.

E’ una visione che oggi chiameremmo olistica: il tutto è in ogni cosa e ogni cosa è nel tutto.
La fisica moderna come abbiamo visto conferma la verità di questo fondamentale concetto delle Upanishad.

Solo attraverso la consapevolezza del mare che è in noi, attraverso quindi il superamento del nostro sentirci solo onda, possiamo sottrarci alle continue rinascite cui ogni essere è sottoposto e raggiungere uno stato di coscienza che trascenda il dolore e la separazione che lo determina.

Sempre in questa visione si affermano anche i concetti relativi al Karma e alla sua legge.

Alla causalità fisica, infatti, il mondo orientale affianca la causalità morale: ogni azione compiuta determina un effetto e l’accumulo dei frutti dell’azione e la sua manifestazione trascende i termini di una singola esistenza umana, implica cioè la rinascita e sottrae alla morte il suo carattere di evento unico e irripetibile nella biografia dell’individuo, conferendole invece il significato di tappa o momento di un processo ripetitivo virtualmente infinito.

In questa prospettiva la salvezza mistica, (“Mukti”), assume innanzi tutto la fisionomia di un’evasione dal ciclo delle rinascite, (“Samsara”), condizione dolorosa a cui l’uomo è condannato dalla sua ignoranza.

La filosofia dello Yoga e la fisiologia mistica del Tantra offrono molti degli strumenti che possono rendere possibile tale evento.

Se si è coscienti che al momento della morte, tutti gli elementi che consentono all’individuo coscienza e vitalità abbandonano il corpo materiale e, assieme ai residui karmici e alle tendenze latenti “ vasana”, si raccolgono all’interno di un corpo sottile che darà origine alla personalità della nuova incarnazione, è possibile seguire una disciplina che permetta la purificazione di tali tendenze e consenta il superamento del desiderio egoico che le produce.

Si parla così di pratiche psico-energetiche in grado di“ bruciare” i semi del karma e distruggere il fondamento di ogni possibile incarnazione, restituendo all’essere la sua piena libertà.

In tal senso si viene affermando nella filosofia indiana una prospettiva “illusionista” che vede la realtà come sogno,
(o incubo), e che si pone come unico obbiettivo l’uscita da tale condizione, attraverso un risveglio che laceri quello che è definito il “ velo di Maya” che copre la verità di ciò che siamo.

La rinuncia alla vita e il fatalismo che hanno colorato tanta parte del pensiero indiano nascono da questo atteggiamento, e questa è anche la porta attraverso cui il Buddha, il Risvegliato viene a portare la sua via agli esseri che soffrono.

Se nella vita tutto è privo di esistenza propria e illusorio, e se questo determina la sofferenza, allora si può superare questa sofferenza solo tagliando la radice di quello che la produce, “la sete”, il desiderio, il senso dell’ego.

L’approccio del Buddha è pratico, se hai una freccia conficcata nel corpo non ti interessa sapere come e perché ce l’hai, ma vuoi solo toglierla e liberarti dal dolore.

E poiché la mente è in campo di battaglia dei desideri e delle false verità, la filosofia buddhista è diventata una fine psicologia, in cui tutti gli aspetti della psiche sono stati osservati e accuratamente catalogati.
Una profondità e penetrazione che ha creato mappe accurate per conoscere e padroneggiare se stessi, mappe che sono nei giorni nostri apprezzate e spesso usate anche dai nostri psicologi più fecondi per fornire nuove chiavi di conoscenza e di guarigione emozionale.
Il Dalai Lama stesso, la massima autorità religiosa e politica del popolo tibetano, ha sollecitato questo scambio ritenendolo evolutivo sia per i monaci buddisti sia per gli psicologi occidentali, entrambi, accomunati dalla conoscenza dei processi della mente e dalla ricerca di vie che possano guarire l’infelicità e il disagio.

Vi sono vari libri che trattano di questo interessante scambio, quello che prediligo e consiglio a chi volesse partire per questo itinerario di approfondimento, è “Alchimia Emotiva” di Tara Bennet-Goleman, con il sottotitolo” come la mente può curare il cuore”. Il testo suggerisce dei metodi per identificare i comportamenti distruttivi e gli schemi emotivi in cui tendiamo a farci imprigionare per giungere al distacco dagli atteggiamenti che creano sofferenza e alla realizzazione di una maggiore libertà spirituale.

D’altra parte oltre alla via della conoscenza della mente è presente nella spiritualità orientale anche la prospettiva del Tantra e del Siddha yoga che suggeriscono la possibilità di una trasmutazione alchemica dell’essere in grado di riflettersi anche sul corpo materiale e sul processo del morire.

Secondo la mistica visione dei Siddha, gli ottantaquattro Perfetti che attraverso lo yoga hanno realizzato i più alti poteri, la pratica degli esercizi dello yoga rende possibile il padroneggiare la vita e la morte.
Si dice che i Siddha possano rinviare eternamente il momento della morte corporale in base ai dettami della coscienza, e che, qualora vi passino attraverso, la possano vivere come un proiettarsi concretamente in un’altra dimensione, smaterializzandosi, cioè senza passare attraverso i processi di decomposizione del corpo.

Si dice che siano in grado di “dissolversi nella luce”, come successe al santo tamil Ramalinga, sparito nel nulla dopo essersi rinchiuso nella sua stanza per sette giorni, evento per altro documentato dalla polizia locale, e come viene realizzato anche nell’ambito del buddhismo tantrico tibetano dalle tecniche definite del “ corpo di arcobaleno” di cui è particolarmente viva la tradizione nella via dello Dzog-chen.

Le tecniche per realizzare tale obbiettivo si propongono spesso come una sorta di allenamento al morire attraverso visualizzazioni e meditazioni ripetute fino a padroneggiare lo spostamento della coscienza nei vari stati senza perdere il senso della continuità del suo flusso, un po’ come chi si allena a ricordare i sogni e crea una sorta di ponte tra lo stato di coscienza notturno e lo stato di veglia, così può accadere anche per chi si allena a staccarsi dall’involucro fisico che finisce per realizzare l’esperienza di altre condizioni di esistenza possibili fuori dal corpo materiale.

E’ chiaro che alla base di tutto ciò sta la fondamentale convinzione che è la Coscienza che si serve del corpo e della mente come strumenti e non, come afferma la cultura occidentale, che il corpo fisico, in particolare il cervello, crei la coscienza, e quindi scompaia con la sua dissoluzione.

Che la coscienza non sia un prodotto del cervello ma ciò che lo crea e lo usa è anche alla base delle tecniche meditative orientali in cui l’ascolto e la quiete mentale sono un elemento indispensabile per mettersi in contatto con la propria anima o vera identità. Famosa e illuminante la metafora della carrozza, che è stata a più riprese riproposta in ambiti anche molto diversi da quello in cui ha avuto origine.
C’è una carrozza, che rappresenta il corpo fisico, trainata da cavalli impetuosi, che rappresentano i sensi, controllati da un carrettiere, che è la mente.
La carrozza trasporta un passeggero che è l’Anima, solo lei sa dove vuole andare, e l’unico modo perché il viaggio si effettui nel migliore dei modi è che il conducente, la mente, si calmi e controlli i sensi – cavalli, per poter ascoltare la sottile voce del passeggero Anima che non sarebbe percepibile nell’agitazione e nel trambusto di pensieri ed emozioni.

Ecco quindi che il meditare orientale non è una forma più evoluta del pensare ma è un trascendere il movimento dei pensieri, un creare uno spazio di immobilità e di silenzio per “essere”, essere più a contatto con il proprio centro la propria identità.

Se l’occidente si è aperto mentalmente ai concetti orientali di Karma, reincarnazione, liberazione, da parte sua l’oriente sta accogliendo dal mondo occidentale la sua passione per la materia, l’invito a portare attenzione ed energia alla vita materiale e corporea, recuperando l’importanza del lavoro e dell’azione come strumento di crescita spirituale e materiale. Tale saggezza e l’invito a fare il proprio lavoro nel mondo senza doverlo abbandonare come veniva imposto dalla via monastica o ascetica, era già stata espressa mirabilmente nel sesto canto del poema epico Mahabharata, conosciuto come “Bhagavad Ghita”, il “Canto del Beato”.
In esso si narra della discesa del Divino nella dimensione umana, e di come egli nei panni di Krishna insegna al suo discepolo Arjuna, l’importanza dell’agire senza attaccamento ai frutti dell’azione, e la via del dono di sé al Signore dell’esistenza per realizzare la perfetta felicità della propria vera natura.

Forse l’occidente sta oggi stimolando l’India a riconciliarsi con la vita e l’azione, invitando combattere la propria battaglia contro la passività e l’impotenza di una visione troppo fatalistica della vita, contro l’ignoranza dell’attaccamento ai vecchi pregiudizi, come quello della divisione delle caste, e l’egoismo di vecchie formule e riti che possono creare separazione invece che unione e vera fratellanza.

La nuova era ci permetterà di superare il peggio delle singole concezioni e di mettere in comune ciò che può diventare una visione unitaria della vita e della morte.

C’è chi dice che l’occidente ha tanto sviluppato l’emisfero sinistro e l’oriente il destro per fornire all’uomo che verrà la possibilità di trascendere le due parti in una sintesi unificante.

E questo è l’insegnamento e la promessa su cui si basa lo yoga integrale, espresso e incarnato dal Maestro indiano Sri Aurobindo e da una occultista francese di grande spiritualità, Mirra Alfassa, chiamata dai suoi discepoli la Mère, la Madre, che ne ha condiviso il percorso.

Sri Aurobindo non aveva l’intento di fondare nuovi sistemi filosofici ma di fornire a chiunque possa esserne interessato una descrizione delle sue esperienze interiori, raggiunte attraverso metodi di conoscenza che trascendono la ragione, in un linguaggio il più possibile comprensibile dal nostro intelletto.
Lo scopo delle sue opere è dunque quello di ispirare il lettore a cercare questa conoscenza diretta andando oltre la propria mente. Parla alla mente per ridurla al silenzio.

Egli userà anche altri linguaggi per esprimere queste sue realizzazioni interiori.
La poesia è sicuramente quello da lui prediletto, perché più intuitivo e più in affine a esperienze di verità che trascendono la ragione rispetto a quello più macchinoso ed elaborato tipico della mente intellettuale.

L’opera principale di Sri Aurobindo nell’ambito poetico è Savitri un poema epico in versi, il cui tema fondamentale è il viaggio dell’anima nel senso più vasto del termine. In esso sono contenute in versi descrizioni di stati di coscienza ed esperienze interiori di natura spirituale, e visioni di mondi interiori ed esseri interiori.

Per quanto riguarda invece le sue opere più filosofiche, la principale è certamente The Life divine, La Vita divina, in cui viene proposta un’inedita visione dell’umanità e della divinità e del loro reciproco rapporto e ruolo nel cosmo.

Caratteristica delle opere di Sri Aurobindo, è la capacità sintetica di abbracciare le più diverse teorie sia filosofiche sia religiose e unificarle in un’unica visione panoramica d’insieme. Questo avviene per esempio nel caso di due sistemi differenti di pensiero come possono essere quello materialista e quello illusionistico, o ascetico, tipico di certi correnti spirituali tra cui per esempio quella buddhista.

La sua visione personale parla di un mondo in evoluzione, di un mondo in cui i fenomeni non sono che la parte più esteriore della realtà, un mondo ben più vasto di quello che i nostri cinque sensi possono normalmente percepire.

Un mondo in cui spirito e materia sono una cosa sola, in cui tutto è una cosa sola.
In cui tutta la storia dell’umanità non è che una tappa nel cammino dell’evoluzione, e la storia dell’individuo non è che una tappa in questa più grande evoluzione dell’umanità nel suo insieme.

Secondo la visione di Sri Aurobindo niente avviene per caso e la storia della terra e dello sviluppo della vita sembra apparentemente confermarlo, visto l’incredibile perfezione del sistema di condizioni fisiche che hanno reso possibile l’esistenza della vita sulla terra e che le permettono di continuo.

E non può più essere accettata, dunque, neanche la visione opposta, secondo cui il mondo sensibile non è che illusione, e l’unica vera realtà è nel trascendente.
La verità, afferma Sri Aurobindo, è che la materia altro non è che lo spirito involuto. Dio, il trascendente, l’assoluto, l’Inconoscibile, o comunque lo si voglia chiamare, esiste, ed è al di là del tempo e dello spazio. Ma nello stesso tempo è anche immanente, in quanto ha involuto una parte di se stesso in questo mondo fenomenico di cui noi attualmente facciamo esperienza.

La materia è apparentemente incosciente, ma noi sappiamo quanta energia racchiuda, e sappiamo, grazie alle nostre più recenti scoperte scientifiche, che la materia altro non è che energia condensata.

Aurobindo va oltre, affermando che è Dio stesso, nascosto nei recessi della materia, incosciente in essa, che sta emergendo in una lenta evoluzione dalla sua stessa incoscienza verso una sempre più grande autocoscienza.

In una sua poesia afferma:

”E anche il corpo si ricorderà di Dio”

Siamo cioè alle soglie di un grande cambiamento che non riguarderà solo il modo di percepire la realtà esteriore e interiore, ma comporterà anche un reale cambiamento della materia stessa del nostro corpo, un cambiamento che potrebbe cambiare radicalmente anche il nostro rapporto con la morte e la necessità della morte fisica nell’esprimersi del processo evolutivo dell’anima.

La vita si è evoluta prima attraverso il minerale, stadio di massima involuzione della coscienza. Poi attraverso forme sempre più elaborate, come il vegetale, l’animale, e ha raggiunto il suo culmine con l’essere umano, in cui per la prima volta ha raggiunto la possibilità di essere veramente cosciente della propria esistenza.
E, secondo Sri Aurobindo, se la verità nascosta della nostra nascita nella materia è un rivelarsi dello Spirito sulla terra, se ciò che è avvenuto nella Natura è fondamentalmente un’evoluzione della coscienza, allora l’uomo così com’è non può costituire il termine ultimo di tale evoluzione, essendo egli espressione troppo imperfetta dello Spirito, ed essendo la Mente una forma e uno strumento troppo limitati.
La Mente è soltanto un termine intermedio della coscienza, l’essere mentale può essere soltanto un essere di transizione.

 Sat prem:  L’avventura della coscienza, ed Mediterranee

L’ideale di Sri Aurobindo è dunque quello di una realizzazione spirituale integrale, che comprenda in sé tutti i livelli di coscienza, dal più alto al più basso, trasformati dalla forza della coscienza divina e quindi in grado di manifestarne la luce qui, sulla terra, in un corpo fisico.

Sri Aurobindo parla di questa grande trasformazione in atto.

Egli ha aperto la strada ed ha iniziato ad accogliere in se la Luce della forza Supermentale in grado di trasformare completamente la materia del suo corpo.

Questo potere è passato nel corpo di Mére che ha continuato il suo lavoro di trasformazione.
Il racconto di questa sua esperienza è l’appassionante filo conduttore dei tredici volumi dell’Agenda, pubblicata dalla casa editrice Mediterranee che è un diario delle sue esperienze interiori, il racconto di quello che è stato anche definito un vero e proprio “Yoga delle cellule”.
Due brevi brani tratti dell’Agenda di Mère:


4 luglio 1962


Si potrebbero dire magari tante belle frasi, che però non spiegano niente, come per esempio questa: l´impressione che per nascere all´immortalità è necessario morire alla morte.

Non vuol dire nulla, però un senso ce l´ha.

Morire alla morte: cioè diventare incapaci di morire perché la morte non ha più nessuna realtà.

E qualcosa che comincia a… non posso dire a `cristallizzarsi´, dà troppo un senso di durezza… Ma è come un fiato leggero che sta diventando concreto.

 

9 marzo 1963

 

Lo sai, c´è stato un momento in cui stavo…

 (Mère fa il gesto come di essere sospesa fra due mondi , quando Mère, nel marzo, aveva rischiato di non tornare più indietro)

come se fossi stata messa in contatto con quella che ho chiamato `la morte della morte´.

Era l´irrealtà della morte.

Ma da un punto di vista ASSOLUTAMENTE materiale.

Era solo una questione di cellule e di coscienza delle cellule.

Come quando ti trovi sulla soglia di qualcosa: «Ci siamo! Ora la tengo in pugno, ci siamo, ci siamo!  ». E poi tutto si dissolve. È rimasto allo stato di impressione.

Un´esperienza di pochi secondi, che però mi ha dato l´impressione che il problema più centrale era risolto. E poi…

Quando sarà così, allora sarà interessante.

 

Con questi spunti completo questo percorso in cui ho cercato di vedere come il mondo orientale ed occidentale, pur partendo da prospettive opposte, stanno interagendo per creare le basi di una nuova e unitaria percezione della vita e della morte.
Questa sintesi che da più parti siamo invitati a fare ha trovato l’espressione più profonda nello yoga integrale di Sri Aurobindo e Mère, e pervade anche tutti i ricercatori della nuova scienza, della Fisica quantistica, della nuova biologia e psicologia, che parlano sempre più frequentemente delle radicali trasformazioni che ci attendono e che ci porteranno al compimento non solo  a livello individuale ma anche collettivo del nostro progetto di crescita e di evoluzione.

In questa prospettiva può essere letta anche la grande attenzione che tutto il mondo, per un motivo o per l’altro, sta portando sulla materia del nostro corpo, ai suoi geni, alle sue memorie, alla sua acqua.

Credo che tutta la diffusione dello yoga e di ogni forma di disciplina energetica affine abbia in questo collaborare al progetto di trasformazione il suo significato più profondo.
E sono felice di collaborarvi un poco nel mio piccolo.
In realtà devo confessare che non è la morte della morte che mi attrae, ma la possibilità di essere più presenti e consapevoli nel flusso della Vita, sentendone la direzione sicura,  e la gioia infinita che ci sostiene in ogni attimo anche in quelli delle nostre metamorfosi e dei nostri dolori.

Mi viene da concludere con una frase letta questa estate mentre ero in India, nella citta di Auroville, e ricevevo uno strano massaggio ayurvedico da un vecchietto di più di 70 anni, che cantava mantra a squarciagola per rendere “ più gioiosi i miei tessuti”: era scritta sotto un disegno appeso alla capanna, l’immagine che vi era rappresentata era quella di un corpo umano tutto traforato, quasi a rappresentare la moltitudine di cellule che lo compongono, attraverso i piccoli fori passava la calda luce del Sole dei tropici che vi disegnava arabeschi d’oro vivo e sotto un invito, semplice ma che ha toccato qualcosa nel mio essere profondo:

 

Volete cambiare il Mondo?

Allora infondete coscienza nelle vostre cellule!”

Mère

di Marisa Giorgini

 


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